L'IMPLANTOLOGIA

Con il termine implantologia comunemente il dentista si riferisce all'inserimento tramite piccolo intervento ambulatoriale di viti endossee inserite e lasciate sommerse sotto gengiva nell'osso fino al momento dell’utilizzo a guarigione e integrazione avvenuta in genere dopo alcuni mesi.

In realtà la situazione è un po’ più complessa e la potete vedere riassunta nella tabella del successivo paragrafo.

Quindi per comodità ci riferiremo alla metodica più diffusa e collaudata quella STANDARD, essa viene applicata nella semitotalità dei casi, in quanto le altre metodiche o sono estremamente poco diffuse o quasi abbandonate o hanno campi di utilizzo estremamente limitati in quanto i fattori di rischio che le controindicano sono estremamente comuni.

Come in tutti settori lavorativi il rispetto della metodica, l'applicazione del protocollo in maniera corretta, garantiscono un buon risultato. I materiali ed in questo caso il dispositivo medico utilizzato (tipologia di vite implantare) consentono solo un ulteriore aumento di qualità che però deve essere di base già presente. Infatti i disegni delle viti implantari si sono sviluppati negli anni assieme agli insuccessi e dagli studi delle reazioni dei tessuti nel tempo, sta al dentista aggiornarsi e scegliere la tipologia di impianto più aderente a queste nuove acquisizioni scientifiche, nella tabella a fine pagina vedete brevemente descritte in quanti particolari tecnici una "vite" può differenziarsi da un'altra.  

E' bene specificare infine che in Italia non è presente la figura specialistica dell’Implantologo, e da decenni questi piccoli interventi vengono affidati ai comuni dentisti abilitati, quando si sente riferire a qualcuno denominato come “Implantologo” in realtà ci si sta riferendo ad un comune dentista che esegue anche interventi di implantologia non esistendo in Italia al 2013 ancora attivata la relativa specialità.


COMPLICAZIONI ED INSUCCESSI IN IMPLANTOLOGIA

La perdita di un impianto e della componente ossea che lo ospitava comporta gli stessi potenziali problemi della perdita di un dente naturale (vedi sezione sulle estrazioni dentali).

Peraltro risulta dalla letteratura come la quasi totalità degli insuccessi avvenga invece a distanza di mesi o anni dopo il carico a causa di insufficiente pulizia domiciliare e omessi controlli per intercettare gli effetti di questa tramite sviluppo di mucosite che può evolvere in perimplantite (perdita osso).

Problematiche postoperatorie sono legate alla tecnica di intervento ed alla sua estensione, infiammazione da trauma chirurgico con da lieve fastidio a dolore, gonfiore possibile e molto raramente ematomi, sono complicazioni di norma arginabili a domicilio con anti-infiammatori e impacchi di ghiaccio per le quali si consiglia di contattare lo studio appena possibile per ricevere rinfresco istruzioni e rassicurazioni.

Vi sono rischi di ledere strutture anatomiche limitrofe alla sede prescelta (soprattutto zone posteriori mascellari) ma questo è reso improbabile da una corretta diagnosi radiografica preoperatoria che può variare appunto in base alla sede e relativo rischio da semplici endorali/panoramiche a tomografie mirate (TAC Dental Scan).

Non sono noti invece in letteratura casi di “rigetto”, è possibile la perdita dell’impianto solo per mancata osteointegrazione (per movimenti durante fase di guarigione, non vascolarizzazione di materiale impiantato o spostato, infezione della ferita) non formazione ossea attorno gli impianti o perimplantite (protrarsi di inefficaci manovre di igiene domiciliari rispetto a produzione placca batterica) causante perdita osso circondante gli impianti.

Dopo il carico protesico ulteriori complicazioni sono quelle legate alla natura delle protesi applicate con in aggiunta rischi di svitamenti viti passanti di serraggio o attacchi di precisione che se non intercettati possono compromettere le protesi.


DESCRIZIONE DETTAGLIATA

L’intervento di inserimento viti implantari in titanio (impianti endossei) è eseguito in anestesia locale, essi svolgono la funzione di radici dentali artificiali tramite l’inserimento all’interno di esse di monconi o attacchi di precisione con i quali si ottiene supporto e ritenzione per protesi fisse (ponti cementati e corone singole avvitate o cementate) o protesi rimovibili di vario genere.

Dopo un intervallo di tempo variabile dall’inserimento a seconda della sede (mascellare o mandibolare) di 3 o 5 mesi detto di osteointegrazione avviene, mediante piccola incisione (sempre in anestesia locale) la scopertura della zona di connessione dell’impianto il quale viene subito collegato ad una vite detta di guarigione gengivale per poi procedere nella seduta successiva al suo collegamento ai vari dispositivi prescritti su misura dal previsti.

Questo protocollo codificato e standardizzato da decenni garantisce secondo tutta la letteratura scientifica la più elevata percentuale di osteo-integrazione dell’impianto nell’osso (le cellule ossee colonizzano la superficie in titanio).

Tale tecnica elimina la necessità di utilizzare la dentatura residua con tutti i problemi che ciò comporta (sacrificio tessuti dentali sani, sovraccarichi etc.); nel caso di mancanza totale dentatura in arcata permette con grado proporzionale al numero di impianti inseriti di stabilizzare o fissare estese riabilitazioni protesiche.

RISCHI E COMPLICAZIONI: le percentuali di successo immediato (osteointegrazione) seguendo questo protocollo sono le più alte nell’immediato (tra 90 e 99%) ma una piccola percentuale di insuccessi sussiste ed è influenzata anche da condizioni generali della persona (fumo, diabete, etc…) in tal caso dopo rivalutazione l’intervento può essere rieseguito cambiando sede e/o mettendo sotto controllo eventuali variabili non intercettate.Mentre per il successo a distanza vedere il paragrafo relativo in alto a destra.

Può esservi necessità di cambiare la sede di inserimento programmata in base alle condizioni ossee verificate durante l’intervento. Percentuali lievemente più alte di insuccesso immediato (prima del carico protesico o poco dopo) si possono avere in casi dove si sia reso necessario intervenire con G.B.R.(Guided Bone Regenration= Rigenerazione Ossea Guidata) o tecniche di espansione elastica dell’osso (Split Crest o minirialzi) a causa di carenze volumi ossei presenti e a volte tali necessità di integrazione con tali tecniche possono presentarsi intraoperatoriamente.

ALTERNATIVE TERAPEUTICHE: Ricorso a terapia protesica fissa o mobile convenzionale o ortodontica ove possibile. Ricorso a impianti o tecniche meno diffuse e convenzionali, quali utilizzo di impianti non endossei, o impianti endossei con moncone fisso e/o con protocolli di intervento, guarigione e carico differente (a cielo chiuso, non sommersi, a carico immediato o anticipato). Ciò in genere prevede tempi attesa di guarigione ridotti e/o esposizione dell’impianto durante tale periodo all’ambiente orale infetto ed al trauma meccanico con i relativi superiori rischi di incompleta o mancata osteointegrazione. D’altra parte alcune di queste varianti alla tecnica più diffusa e collaudata comportano minori rischi di trauma post-operatorio (tranne nei casi in cui per distribuire il maggiore rischio viene inserito un numero superiore di impianti). Inoltre pur seguendo il medesimo protocollo più collaudato differenti dentisti possono proporre diverse tecniche o tipologie di protesi o modello di impianto potendosi prevedere per la medesima situazione impianti di diametro e lunghezze differenti ed un numero di impianti inferiore o superiore.

Esistendo delle necessità minime nel numero di impianti per supportare una protesi ma non esistendo un limite teorico massimo. Anche per scelta diametri e lunghezze vari dentisti possono dare soggettivamente priorità ad alcuni aspetti: velocità di esecuzione chirurgica, forma e volume del dente, resistenza al trauma occlusale, ripristino o meno più simile possibile al profilo con cui emergeva la radice naturale dalla gengiva etc… Questo perché gli impianti per ragioni di inserimento non possono avere forma e sezione replicante esattamente le radici e soprattutto non quelle dei molari rendendo necessari da lievi a grandi compromessi di emergenza dalle gengive. Questo è a discrezione del dentista-protesista che può essere più o meno sensibile a questi aspetti complicandosi più o meno le manovre di riabilitazione: un impianto più largo necessita di maggiori passaggi all’inserimento ed il probabile ricorso a tecniche chirurgiche più complicate in caso di lieve carenza ossea prolungando il tempo di intervento con l’obiettivo di essere poi facilitati nell’ ottenere ripristino forme denti più vicine a quelle naturali e quindi minori spazi irritanti per la lingua in cui possono anche accumularsi detriti di cibo. Diametri e numero impianti, conseguenti forme denti possono influenzare questi aspetti cui alcuni pazienti si rivelano poi essere molto vigilanti, altri peraltro affatto.


EVOLUZIONE  DELLE VITI IMPLANTARI

Gli impianti più diffusi ed utilizzati sono dunque quelli a vite endossea sommersi, ovvero con moncone collegabile in un secondo momento dopo integrazione ossea detti bifasici,  essi si sono diffusi accanto alla metodica di sommersione e scopertura dopo integrazione ossea (2-6 mesi) proprio per la loro elevata percentuale di successo.
Altre metodiche che prevedono minore attesa non sono considerate attualmente altrettanto sicure.

I primi impianti bifasici erano a corpo cilindrico con spire a passo costante lungo tutto il corpo, la costante ricerca ha portato nei decenni successivi prima a sviluppare modelli con superfici ruvide (acidificate, sabbiate, plasma sprayed etc...)  poi a realizzare corpi conici in grado di dare minore ingombro all'inserzione e maggiore stabilità e resistenza alla disinserzione, poi a realizzare spire a passo differenziato per la zona midollare interna dell'osso e quella corticale più esterna, infine la zona del collare che sia per ridurre ingombri nella guarigione che per evitare svitamenti e ridurre  accumulo batteri in grado di provocare perdite ossee e perimplantiti è andata incontro al passaggio da esagoni o altre forme geometriche da esterne ad interne, ed ad unire alla forza di connessione della vite passante quella della connessione conica che unita alla forma convergente del collare aumenta la distanza da percorrere per i batteri prima di giungere a contatto della parte endossea dell'impianto, quest'ultimo tipo di morfologia del collare ha permesso infatti di ottenere la minore perdita di osso vicino al collare dopo l'installazione.

Attualmente sono in commercio tutte le configurazioni di forma implantare dalle iniziali alle più attuali. 

In FIG.1  vedete  classici impianti corpo cilindrico, spira passo costante, collo non convergente. 

In FIG.2  impianti corpo conico ma ancora spira passo costante  e collo non convergente.

In FIG.3 impianti con le più moderne concezioni applicate corpo conico, spire differenziate, connessione conica, collo convergente quest'ultima acquisizione secondo recenti studi scientifici è in grado di ospitare nell'incavo creato un manicotto di gengiva spesso in grado di meglio proteggere meglio il sottostante osso dagli insulti batterici causanti perimplantite attualmente la principale causa di fallimento implantare (FIG.4).

Quando quest'ultima tipologia di impianti è comparsa in commercio e si sono cominciati a diffondere i risultati sperimentali abbiamo introdotto questa tipologia di vite ed attualmente utilizziamo questa mostrata in FIG.5 per fornire ai nostri pazienti viti implantari dotate delle più recenti acquisizioni della scienza implantologica.

ULTIMA PUBBLICAZIONE CONTENUTI PAGINA: 10 Ottobre 2014

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